La petrolchimica è l’industria innovativa per eccellenza, quella che più ha contribuito a cambiare la nostra vita di tutti i giorni con migliaia di prodotti prima inesistenti, o disponibili in quantità limitata e ad alto costo. Questo ruolo traente è testimoniato dalle tabelle di input output : per ogni lira di produzione chimica se ne originano tre nei settori che dalla chimica comprano le materie da lavorare. La petrolchimica è stata infatti alla base del boom economico postbellico, insieme all’industria petrolifera, con la quale è intimamente connessa, ed a quella delle automobili, nelle quali la parte di origine petrolchimica è ormai superiore a un terzo, e crescente. Per quanto essa sia l’erede delle imprese chimiche tradizionali, la petrolchimica è stata per gran parte sviluppata dalle compagnie petrolifere che dispongono delle materie prime: o di Virgin Naphta, il prodotto di base per l’industria europea, o di gas associati al greggio usati nei paesi produttori di petrolio. Le due industrie condividono un certo grado di ciclicità, ma hanno fasi opposte: quando il petrolio greggio è caro, guadagnano le fasi a monte e perdono le altre; quando è basso, guadagnano la raffinazione e la petrolchimica, mentre è in difficoltà la produzione. La tanto citata ciclicità della petrolchimica non è certamente inferiore a quella del petrolio greggio, e le imprese integrate trovano le fasi contrapposte comode ai fini del reddito. Nel conti delle imprese petrolifere, i profitti sul capitale della petrolchimica, fra alti e bassi, sono sempre stati superiori a quelli della raffinazione e distribuzione.
Come l’industria petrolifera, quella petrolchimica è in una fase di rapido cambiamento. Il settore è in sviluppo – la Virgin Naphta è il prodotto di raffineria che in Europa si vende di più- e le imprese si posizionano per sfruttare a fondo ciò che sanno fare meglio e per conseguire, combinandosi, delle economie di gestione. Ogni giorno si registrano fusioni, razionalizzazioni di portafoglio, riposizionamenti sul mercato: le notizie sono tante – anche se ci limitiamo alla petrolchimica, e tralasciamo la farmaceutica e i cosiddetti "agrochemicals"-che è difficile esporle in modo ordinato. In primo luogo, registriamo qualche grossa defezione fra imprese non integrate col petrolio: l’Imperial Chemical Industry, una delle creatrici della chimica moderna, è definitivamente uscita dal settore per occuparsi di prodotti per l’industria alimentare, e di chimica fine; la Hoechst, una delle tre grandi imprese chimiche formate dopo la guerra dalla suddivisione del colosso tedesco I.G. Farben, ha seguito la stessa strada per concentrarsi sulla farmaceutica con la Rhone Poulanc, un’altro transfuga dalla petrolchimica. Altre imprese non integrate sono entrate in settori dello stesso tipo : l’olandese DSM è oggi divisa fra la sua produzione tradizionale ( il polietilene) e la chimica fine e gli enzimi. Persino la Bayer, la più antica fra le tre grandi tedesche, ha alleggerito la sua petrolchimica cedendo al socio BPAmoco il suo 50% nella Erdoelchemie, la Joint Venture che da tempo durava nelle poliolefine. La Bayer si è però anche rafforzata nei suoi settori tradizionali: ha assorbito la gomma della tedesca Huels, oggi praticamente scomparsa, ed ha acquistato per 2,5 miliardi di € dall’americana Lyondell le produzioni di polioli, utilizzati per i poliuretani, delle materie plastiche molto sofisticate. Nei coloranti, che alla fine dell’800 diedero i natali alla chimica moderna, ed in cui i tedeschi già agli inizi del 900 strapparono la leadership agli inglesi, la Dystar raccoglie oggi le produzioni della Basf, della Bayer e della Hoechst, ricostituendo così, in un ambiente profondamente mutato, la vecchia IG Farben, che proprio dai coloranti prendeva il nome.
Uno sviluppo ancor più forte si ha nel caso della Basf, che non solo si rafforza grandemente nella petrolchimica, ma sta addirittura integrandosi all’indietro verso il petrolio. E’ di questi giorni la notizia di un grosso progetto petrolifero in Siberia. Fra le non integrate è d’obbligo citare la Dow, una delle più antiche imprese chimiche americane, che sta completando l’acquisizione della Union Carbide, leader di tecnologia e di mercato nelle poliolefine, e socio di Enichem nella Polimeri Europa.
Le imprese petrolifere integrate con la petrolchimica si vanno quasi tutte rafforzando attraverso un grande processo di accorpamento.
Il settore che ha visto il maggior movimento è quello delle poliolefine, e cioè del polipropilene e del polietilene, le due plastiche di maggior uso, che ha subito una vera e proprio rivoluzione. Negli ultimi due-tre anni si sono unite le grandi produzioni di Basf, Shell,Hoechts e Huels. La Exxon e la Mobil, i due giganti petroliferi e petrolchimici, si sono fuse. La Total ha assorbitola Fina e poi la Elf. La petrolifera americana Phillips, l’inventore del polietilene ad alta densità, ha messo in comune la sua chimica con quella di un’altra major, la Chevron, creando un’impresa da circa 6 miliardi di dollari di fatturato ed una produzione a vendita di 15 milioni di tonnellate anno di prodotti. La BP Amoco,- a sua volta frutto di una triplice fusione fra BP, Amoco e Arco- ha rilevato,come abbiamo detto, dalla Bayer il restante 50% della Erdoelchemie. La scandinava Borealis aveva già in precedenza assorbito l’austriaca PCD, e più o meno nello stesso tempo i produttori indipendenti americani si erano coalizzati nella grandissima Equistar. Calcoli precisi è difficile farne, ma in tutti questi mutamenti si può stimare che le produttrici di poliolefine si siano ridotte da 17 a 7 con un rafforzamento produttivo di prim’ordine, e, si può immaginare, un consolidamento del mercato, cioè una riduzione della concorrenza. Se aggiungiamo la formazione dell’Equistar, avvenuta tre anni fa, possiamo dire che le società di poliolefine sono passate da 21 a 8. La capacità produttiva non è aumentata, ed i progetti in corso non sono poi tanti; ma si è concentrata in modo straordinario, dando vita con tutta probabilità ad un oligopolio ben più stretto del precedente, nel quale la dimensione sarà il fattore chiave per la sopravvivenza.
Al rafforzamento dei suoi concorrenti, la Saudita Sabic ha risposta varando progettando nuove capacità produttive proprio nelle poliolefine.
Il mercato europeo attira ancora: vi sono due nuovi venuti importanti, non integrati. La canadese Nova ha acquistato il polistirolo della Shell; l’americano Huntsmann, il più recente fra i protagonisti mondiali della petrolchimica, ha acquistato i poliuretani della ICI ed ha fatto un accordo di marketing e sviluppo sul polipropilene con la Borealis. Un altro fra i settore in consolidamento e sviluppo è infatti quello dei poliuretani, che ha visto il grosso acquisto della Bayer, ed un suo nuovo accordo con Shell, ed il rafforzamento della Dow che ha acquistato la General Latex per i prodotti rigidi.
Novità importanti si verificano anche nell’Europa Orientale ove si sviluppano imprese, come la polacca PKN, che hanno strutture tecniche di buon livello, mercati che crescono molto più rapidamente che in occidente, e la possibilità di partecipare allo sviluppo delle materie prime, delle produzioni e del mercato del più grande produttore petrolifero europeo, la Russia.
Tutti questi movimenti sono però rimasti limitati all’Europa del Nord o alle imprese americane. Ben poco è avvenuto nell’Europa meridionale: il sito spagnolo di Tarragona ha visto un accordo fra Basf e l’algerina Sonatrac per il polipropilene; per l’Italia, la creazione di Polimeri Europa risale a sei anni fa.
11/07/00