Riflessioni di fine anno di un petroliere

Cosa abbiamo imparato fin qui ? si è chiesto di recente un importante rappresentante di un grosso paese produttore membro dell’OPEC parlando con alcuni amici, e fra il serio e il faceto ha dato una risposta esprimendo una serie di considerazioni che si riferiscono alcune all’industria ed al mercato del petrolio nel suo complesso, altre più in particolare al ruolo che vi giocano i paesi produttori . In un momento di grande incertezza come l’attuale, in cui nel Medio potrebbe Oriente scoppiare una guerra in qualsiasi momento, è interessante cercare di capire l’atteggiamento di fondo dei produttori , quello che essi considerano il significato sostanziale della loro esperienza.

La prima cosa che abbiamo imparato –ha cominciato - è a diffidare delle previsioni. Fare previsioni su prezzi o volumi è un esercizio altamente incerto, e sommamente pericoloso è basarsi su delle previsioni per prendere decisioni. I fenomeni hanno troppi elementi di volatilità per poter essere ragionevolmente previsti, a meno che prevedere non voglia semplicemente dire tradurre in termini quantitativi di ciò che il proprio naso sembra suggerire. Previsioni più razionali, basate su di interpretazioni sofisticate dei fenomeni, sono da prendere con le molle, perché ben pochi sono gli elementi che abbiano una costanza di comportamento così pronunciata da poter essere estrapolati nel futuro.

Sappiamo, ha continuato, che l’innovazione tecnologica non si ferma mai: questa è una certezza. Essa è stata fino ad ora forse l’elemento più importante nel determinare la situazione attuale dell’industria, ed è ovvio che la sua azione non si arresterà in futuro. Ma non sappiamo nulla della sua direzione, o meglio, lo sappiamo solo ex post, quando l’innovazione è già avvenuta. Una buona parte dell’innovazione viene dalla ricerca , e non è detto che il ricercatore trovi proprio ciò che cercava; non è detto che un imprenditore o uno Stato possa "ordinare" ai ricercatori proprio le nuove tecnologie di cui ritiene di aver bisogno. Lo sviluppo tecnologico segue delle proprie regole, che a noi sono tutt’altro che chiare. Sappiamo che ciò che era un dato sicuro qualche tempo fa oggi non lo è più, perché costi e volumi sono nel frattempo cambiati: ma si tratta di un progresso che procede a salti, e non in modo continuo , né omogeneo. Non per niente le previsioni tecnologiche sono le più difficili, e non per niente le grandi imprese petrolifere non fanno più previsioni, ma scenari , che servono a controllare le conseguenze di certi fenomeni , ma non a prevederne l’effettivo accadimento.

Un elemento sicuro si può identificare nell’aumento della domanda di greggio : la domanda aumenta da molti anni a ritmi abbastanza elevati, e ci si può far conto per il futuro; ma aumenta a livello mondiale , ed in parti del globo sempre diverse. Anch’essa risente della variazioni del tasso di crescita dell’economia moderna, che nessun economista ci ha ancora spiegato chiaramente.

L’esperienza e la logica ci dicono che l’ingresso di buoni profitti nelle casse delle compagnie petrolifere fornisce risorse abbondanti per nuove ricerche e nuove scoperte , ma non abbiamo alcun modo di collegare con precisione il buon andamento dei conti con il ritmo della ricerca, e , soprattutto, con le scoperte, anche perché le compagnie approvano i progetti di ricerca sulla base di "prezzi ombra" che dovrebbero rappresentare il prezzo del greggio al momento dell’entrata in produzione dei nuovi campi e non sono quindi di solito uguali al prezzo di mercato all’atto della decisione. C’è da ritenere che a "prezzi ombra" alti corrisponda un maggior numero di approvazioni, e quindi una maggior attività di ricerca, ed a "prezzi ombra" bassi l’opposto. Sembra sicuramente vero che profitti bassi rallentino la ricerca, ma una ricerca ridotta può ugualmente portare a dei successi minerari rilevanti, magari su temi modesti, che una più ampia disponibilità di temi di ricerca potrebbe indurre a trascurare. Tutto ciò dipende anche , per gran parte, dalla fortuna, un elemento imponderabile che i petrolieri chiamano rischio e costituisce l’aspetto più caratteristico dell’industria, quello che la differenzia da praticamente tutte le altre.

La complessità e l’ampiezza del mercato petrolifero e dell’industria che lo rifornisce sono tali che nessuno, per quanto grande e potente, è in grado di controllare l’uno o l’altro, e meno che mai entrambi ; nessuno, né i produttori , né i consumatori né le compagnie petrolifere, è in grado di "gestire" l’industria e il mercato. Gli imponderabili sono troppi e troppo alti, e l’interazione delle forze è troppo complessa. Nessuno è in controllo.

Se si passa a considerare non più l’industria e il mercato in generale, ma piuttosto dal punto di vista del produttore, il quadro cambia ma le regole empiriche che si possono trarre dall’esperienza sono altrettanto incerte.

Il produttore ha degli obblighi specifichi. Se ha interesse ad livello produttivo

e ad un flusso di reddito relativamente costanti, esso dev’esser pronto a soddisfare aumenti imprevisti della domanda del proprio greggio, e quindi deve avere permanentemente disponibile una capacità superiore alla sua domanda, una parte della quale rimarrà però inutilizzata. Il che costa caro , perché lo sviluppo dei giacimenti e le strutture per produrre e portare il greggio al mercato sono costosi, ma è inevitabile se il produttore non vuole ridurre praticamente a zero la sua capacità di definire per un orizzonte temporale anche minimo prezzi e strategie produttive. Tuttavia, il produttore sa benissimo che il prezzo è un elemento estremamente volatile, che nessuno può controllare se non variando la produzione o in aumento – e ciò richiede appunto capacità inutilizzata- o in riduzione- il che invece la crea- riducendo il tasso di sfruttamento dei giacimenti. Tutto ciò richiede una certa misura di gestione concordata della produzione che , sia pure con mille difetti, ha l’effetto di contenere , certo non di ridurre a zero, la volatilità del mercato.

Il prezzo ideale non dev’essere né troppo basso né troppo alto - un prezzo troppo basso spreca delle risorse, ed uno troppo alto riduce il mercato- e dovrebbe essere il più stabile possibile. Naturalmente , tradurre questa ovvietà in un numero tenibile è estremamente difficile , anche perché nessuno è davvero in grado di garantire la stabilità di un prezzo , né di prevederlo con un qualche grado di certezza di vedere la sua previsione confermata dal mercato. Tuttavia , negli ultimi anni il livello d’incertezza è stata ridotto in modo importante appunto dalla gestione concordata di quei produttori - non tutti- che si sono mossi con queste due idee ben chiare : non perdere quote di mercato da un lato, non ridurre troppo il valore delle proprie risorse, dall’altro.

L’industria ha una base fisica precisa, l’olio che sta sottoterra nei giacimenti già trovati ed in produzione , ma la valutazione dei volumi disponibili nel tempo è soggetta ad errori che per altro lo sviluppo tecnologico sta fortemente riducendo. Le risorse sono abbondanti oggi e lo saranno per molto tempo ancora: ma concentrate nel Golfo, di cui nessuno può immaginare di fare a meno né oggi né, meno che mai , domani. Anzi, una delle poche cose prevedibili è proprio che a lungo andare il Golfo aumenterà la sua quota di mercato, proprio per il volume straordinario di riserve che contiene.

L’esperienza ha mostrato che i consumatori di petrolio non hanno ragioni di preoccuparsi della sicurezza dei loro approvvigionamenti né sul piano della capacità disponibile, né su quello dell’effettiva produzione: i produttori hanno risorse ampie e le vogliono produrre e perciò l’olio continuerà a fluire anche nei momenti più difficili. Semmai è il produttore a doversi preoccupare dell’incertezza della domanda, dato che essa dipende dallo sviluppo del reddito, che non sembra seguire nessuna legge chiara e comprensibile.

C’è , entro questa somma di esperienze, un punto fondamentale, che possa riassumere la sostanza di ciò che abbiamo imparato , in quarant’anni (l’OPEC è stata fondata nel 1960) di gestione delle riserve petrolifere? C’è.

Abbiamo finalmente capito che produttori e consumatori non siedono su due lati opposti del mercato: gli uni non possono fare a meno degli altri, ed i loro interessi, ed anche le loro esperienze, coincidono. Dei due , i più tranquilli sono proprio i consumatori. Infatti, mentre i produttori fronteggiano una domanda su cui ben poco si può dire in anticipo, i consumatori possono contare sul fatto che i produttori continueranno a produrre , a prezzi che devono in qualche modo tenere aperto il mercato del petrolio. Ne deriva che l’incertezza e le difficoltà di comprensione dei fenomeni possono essere efficacemente ridotte da un aumento di comunicazione fra i due gruppi. Ciò che rimane da fare è aumentare lo scambio di informazioni, moltiplicare le occasioni d’incontro e di discussione e impostare una rete di rapporti basata sulla buona fede, e sulla comprensione reciproca. Se ciò si riuscirà a fare , ci accorgeremo che gli imponderabili non spariranno, ma perderanno la loro capacità di creare serie difficoltà e di minacciare il normale svolgimento degli affari.