IL PROGETTO MATTEI
di Marcello Colitti
Acqualagna, 26 Ottobre 2002
Sono passati quarant’anni. La metà circa degli italiani viventi è nata dopo la sua morte. Tuttavia , Mattei è uno di quei personaggi del nostro passato prossimo ai quali il passaggio del tempo esercita un effetto curioso: mano a mano che si allontanano diventano più grandi.
Il progetto di Mattei è un tema molto lontano dal mondo di oggi, così lontano che parlarne è difficile. Nessuno ricorda più lo stato del nostro paese dopo la guerra: il crollo di un regime durato vent’anni, una guerra perduta , un paese semidistrutto, le ferite di una guerra civile : questo è il quadro nel quale inizia a svilupparsi l’azione di Mattei -come uomo pubblico, perché come imprenditore privato la sua azione era stata coronata dal successo già negli anni trenta- quaranta. Oggi, certe parole come modernizzazione o sviluppo non significano più nulla, un po’ perché siamo diventati più ricchi, un po’ perché abbiamo perso la voglia di risolvere i problemi, un po’ perché siamo immersi nell’edonismo privato e non c’è più nessuno che abbia un progetto che riguarda anche gli altri e non solo se stesso.
Il progetto Mattei partiva dall’energia , dal fatto che la nuova tecnologia dei contrattisti americani dell'AGIP aveva messo in luce una nuova , inattesa, e fors’anche insperata, fonte di energia.
L’ossessione delle materie prime, ed in particolare dell’energia, durava in Italia dall’inizio dello Stato Unitario, se non da prima. La cultura economica e politica italiana era ossessionata dall’essere il nostro un paese senza energia e senza materie prime, che aveva un’ incolmabile ed inevitabile inferiorità di partenza rispetto a quelli ricchi che avevano carbone e metalli. L’esempio della Svizzera, paese che si era sviluppato nonostante non avesse né l’uno né gli altri, e per di più era molto piccolo,e montuoso, non era ancora stato meditato sufficientemente. Tutto il periodo fra e due guerre- l’ambiente in cui crebbe Mattei- fu dominato dalla polemica tra gli "have" e gli "have not", i paesi che avevano disponibilità di materie prime e quelli che non l’avevano. Paul Frankel, l’unico esperto internazionale che accettò di fare il consulente di Mattei fin dall’inizio, tentò nel suo libro di riassumere tutta la figura di Mattei nel concetto di risentimento dei paesi poveri verso quelli ricchi, che avevano risorse proprie e si erano assicurati ciò che mancava creando colonie. Frankel esagerava un po’, ma certamente questa era una componente ben visibile, e, quel che più conta, reale. In Italia, c’era sempre stata una scarsità di energia che aveva man mano ridotto la competitività dell’industria fino a cancellarla dopo la rivoluzione industriale, quando il carbone costava in Italia circa cinque volte il suo prezzo al mercato di Londra.
Mattei aveva ben chiaro in testa che il suo obiettivo era proprio quello di cancellare questa scarsità di energia, o almeno di ridurla, specie per le industrie del Nord.
C’erano delle condizioni al contorno che davano a questo progetto grande forza e un richiamo irresistibile agli italiani, anche a quelli che avevano idee politiche diverse da quelle di Mattei. C’era una situazione di debolezza del capitalismo italiano, i cui principali esponenti si erano andati confondendo con il regime crollato e quindi agli occhi dell’opinione pubblica finiva per essere oggetto della stessa la disistima, per la provata inefficienza ed il fatale irrealismo di quel regime. Un capitalismo che aveva aggiunto le parole d’ordine dell’autarchia alla sua tradizionale chiusura monopolistica, e si era rivelato debole sul piano economico e catastrofico sul piano politico e militare. Va detto che questa condizione di debolezza della leadership economica e politica non riguardava solo i paesi sconfitti , ma tutti i paesi d’Europa, anche i vincitori, tanto che in Inghilterra, i conservatori – guidati dal leader della Vittoria- persero le prime elezioni postbelliche. Su questo terreno , da questo senso di debolezza germogliano in giro per l’Europa, in Italia, in Francia in Germania, ed anche in Inghilterra, le idee sulla realizzazione concreta del sogno europeo.
Il problema dell’energia e le soluzioni proposte e messe in atto da Mattei approfondirono , o addirittura crearono, una frattura all’interno del capitalismo italiano. Mattei faceva parte del gruppo degli uomini nuovi , dei padri fondatori della Repubblica ed aveva verso i rappresentanti della
leadership economica precedente un forte pregiudizio, che a volte rasentava il disprezzo. Una certa parte dell’industria condivideva però il disegno di modernizzazione del paese e , soprattutto, aveva bisogno di energia a buon mercato. Non era possibile per la Fiat realizzare una motorizzazione di massa senza esser certa di un approvvigionamento di benzina abbondante e il più possibile a buon mercato, né ampliare la capacità produttiva senza fonti di energia convenienti; ed altre imprese importanti condividevano questa posizione, e ritenevano che per creare –o ricreare- una grande impresa petrolifera italiana dovesse essere sostenuta.I rapporti tra alcune delle grandi imprese private e pubbliche e delle persone che le rappresentavano con Mattei sfociarono poi nel curioso evento del primo progetto dell’Autostrada del Sole fatto da una società i cui soci erano l’Agip, l’Italcementi, la Fiat e la Pirelli, e poi regalato allo Stato.
Un’altra parte, coloro che rimasero nemici di Mattei - i chimici e gli elettrici- tendeva sostanzialmente a porsi in condizioni concorrenziali rispetto al progetto di Mattei. Essi avevano cercato di ottenere per sé le risorse per realizzare il progetto, ma non avevano fugato i dubbi sulla loro volontà di abbandonare le abitudini del capitalismo monopolistico ed autarchico, e quindi sulla loro capacità di realizzare un lavoro rivolto allo sviluppo generale dell’economia italiana.
Su questo piano la differenza politica fra il partito dominante, di cui Mattei fa parte, la DC, ed i vecchi capitalisti favorisce il disegno di Mattei: gli permette di combattere alcuni gruppi capitalistici senza spaventare troppo i benpensanti. L’impresa pubblica da lui vista come strumento per colmare le lacune del capitale privato aveva da questo punto di vista un’attrattiva importante per tutti i moderati , anche se non per i conservatori dichiarati, che però erano in difficoltà perché s’identificavano con l’aspetto più retrivo del vecchio capitalismo. Il lavoro per creare la nuova struttura istituzionale di tali imprese fu molto influenzato dall’attività personale di Mattei.
Narrare, anche per capisaldi, gli eventi che portarono alla nascita ed alla crescita dell’ENI sarebbe troppo lungo e ripetitivo. Possiamo invece identificare nella multiforme, frenetica attività dell’uomo, alcuni criteri, alcune intuizioni - quelle più rilevanti- che gli permisero di perseguire strategie di sicuro successo , e di creare in un periodo di tempo brevissimo una grande impresa.
La prima, che sembra ovvia , ma non lo è affatto, è che le risorse vanno sfruttate subito , bene e a fondo, portandole al mercato in tempi brevissimi. Ciò implicava non soltanto imprimere una velocità straordinaria allo sviluppo della rete dei metanodotti nel Nord , ma anche offrire formule contrattuali che lasciassero ai consumatori una parte rilevante, se non tutto, il vantaggio che la nuova fonte aveva rispetto a quelle già sul mercato. E quando non si poteva forzare il mercato ad assorbirne di più, si dovevano cercare utilizzi industriali, petrolchimici, per non lasciare le risorse sottoterra. Questa è, ovviamente, una strategia di base del petroliere, che ha interesse rientrare nel minor tempo possibile dei soldi spesi nella ricerca e nello sviluppo; ma la sua realizzazione implicava allora –e implica oggi- un’attività straordinaria. I mille ostacoli che si frappongono oggi a qualunque nuova iniziativa conferiscono oggi a quel successo un colore di miracolo. Per Mattei , la rapidità delle operazione era un’abitudine piuttosto che un’esigenza. Basti ricordare la tempestività con cui fu costituita la società per l’energia nucleare che lanciò il progetto della centrale di Latina , da parte di una impresa che di elettricità non ne aveva mai prodotta. Mattei aveva chiaro - dato che la sua impresa era l’ultima venuta nel settore petrolifero- il vantaggio di arrivare per primi o fra i primi.
La seconda riguarda più direttamente il petrolio. Negli anni 50-60 tutta l’Europa doveva passare dal carbone al petrolio , ed al gas naturale. Per L’Italia era un occasione eccezionale, il paese senza carbone aveva la possibilità di perdere il suo cronico svantaggio rispetto ai suoi vicini; non solo, ma poteva anche approfittare della sua localizzazione nel Sud-Est dell’Europa per fare da ponte al resto del continente. L‘intuizione fu , sin dall’inizio, che la nuova filiera industriale degli idrocarburi era una stanza dalle molte porte, a cui si poteva accedere per tante entrate diverse. Chi non aveva greggio poteva anzitutto utilizzare in fretta il metano; poteva scoprire il valore del mercato, rendersi conto che la rete di distribuzione era un valore quasi altrettanto importante, e che alcune grandi compagnie , quelle che avevano troppo greggio rispetto al loro mercato, potevano alla fine diventare i suoi propri alleati nei fatti, se non nella retorica. E una buona quota del mercato italiano poteva alla fine essere lo strumento per rompere l’accerchiamento, e fare entrare nel gioco un nuovo grande produttore, come si fece con l’URSS. Il concetto di integrazione venne ,ovvio, dalle circostanze stesse: chi non può esser forte in un’area può cercare di rafforzarsi nelle altre.
Ma, alla fine, ci vuole pur sempre il petrolio, e per riuscire ad ottenerlo bisognava sviluppare una politica complessa, non solo rompere l’accerchiamento con un’abile politica di approvvigionamento, ma anche andare a cercarlo. Bisognava farsi degli alleati nei paesi petroliferi o che potevano diventarlo, che la maggior parte paesi in via di sviluppo, e perciò questa politica coincideva perfettamente con l’istinto di Mattei. Questa forse fu l’intuizione più straordinaria di Mattei: l’idea che l’inevitabile crollo del sistema coloniale avrebbe prima o poi dato una voce ed un ruolo politico a paesi che non l’avevano; e che l’industria petrolifera era proprio quella dove sarebbero avvenuti i cambiamenti più drammatici. Mattei delineò allora un’idea di una politica di un paese consumatore che cerca l’alleanza non delle grandi compagnie, che comunque operano sul suo territorio, ma con i paesi produttori, i quali, avrebbero, per la forza stessa dei fatti, finito per controllare essi stessi le loro risorse. In quel momento ,alle prime armi, essi avevano bisogno di un supporto tecnico ed organizzativo, e di alleati entri il gruppo dei paesi sviluppati e dotati di un mercato interessante.
Un’intuizione profetica che i paesi europei non capirono, se non parzialmente, e solo quando era ormai troppo tardi, e quei paesi avevano già fatto la loro strada senza dover ringraziare nessuno, e senza debiti con i paesi consumatori.
Infine , l’industria petrolifera era già diffusa in tutto il mondo e come sfruttamento delle risorse, e come mercato. Una compagnia petrolifera che volesse svilupparsi doveva operare a livello mondiale, o per lo meno internazionale, cercando di sfruttare tutte le opportunità, dai flussi turistici su strada verso e da il nostro paese, che potevano comprare benzina da un’impresa italiana, a quello che era rimasto di interessi italiani e di simpatia per il nostro paese in Africa, e dovunque vi fosse qualcuno che , come l’Italia , volesse sviluppare la sua economia.
Infine, Mattei aveva una certa idea dell’industria, che per lui era lo strumento di riscatto dalla miseria , e dall’inferiorità sociale. Per giocare questo ruolo, l’industria doveva svecchiare la sua cultura , aggiornare ed applicare le teorie americane del managment, cambiare il rapporto storico di sudditanza del lavoratore, dando a quest’ultimo la dignità di una funzione, di un compito specifico, descritto e pagato come tale. Doveva uscire dai limiti territoriali del triangolo industriale, espandendosi sulla costa Adriatica e nel Mezzogiorno; e da quelli strategici, abbandonando la sindrome difensiva e monopolistica, ed assumendo una cosciente funzione di sviluppo economico e sociale. L’industria doveva essere il pilota della modernizzazione del paese e per far questo ci volevano anche trasporti diversi, e la fiducia nella capacità del mercato di premiare chi lo serve meglio: ci volevano le autostrade, i motels, i ristoranti, un concetto della mobilità che in Italia non era mai esistito, e che oggi non siamo certi che sia sopravvissuto. Ci volevano non solo le fabbriche , ma gli architetti, le soluzioni urbanistiche razionali, ci voleva una cultura della modernità. Le aziende di Mattei producevano innovazione sul piano industriale e su quello culturale.
Credo a questo punto che sarebbe difficile continuare su questa strada senza cercare di capire l’origine delle intuizioni di Mattei, senza entrare a parlare dell’uomo, un personaggio di cui si sono perse un po’ le tracce, perché la leggenda intorno a lui lo ha snaturato e quando la leggenda si è cancellata o affievolita, dell’uomo non è rimasto nulla.
Possiamo vedere la figura di Mattei attraverso degli archetipi, dei caratteri di cui si serba ancora in Italia qualche ricordo.
Il primo fra questi è il giovane povero che diventa un ricco signore, che dal paesello natio va a Milano e diventa ricco e potente. L’emigrante che dal paesino va alla grande città industriale e deve combattere per farsi largo nel mondo chiuso di un’economia poco dinamica come quella degli anni ’30 era un personaggio comunissimo in Italia, perché s’identificava con i milioni di persone che erano emigrate più lontano, in Europa o nelle Americhe, e con gli altri milioni che nel dopoguerra si erano mossi dal Sud verso il Nord e dall’agricoltura all’industria ed ai servizi. Oggi ci siamo dimenticati di esser stati per secoli emigranti e guardiamo con orrore coloro che ripetono quello che noi facemmo allora, cioè gli extra comunitari che vengono da Sud; con un orrore maggiore di quanto non li guardino, per esempio, i Francesi che emigranti non lo sono mai stati. L’emigrante è un personaggio a due facce: una negativa, di colui che deve lasciare la sua casa, perché cerca di meglio e deve lottare sul mercato per affermarsi, e soffre la nostalgia e la fatica del lavoro. L’altra, positiva , il successo.
Mattei condivide le due facce del personaggio. La lotta per affermarsi lo ha plasmato : il successo - era un ricco imprenditore già alla fine degli anni ‘30- non lo ha reso arrogante , anzi, ha aumentato la sua sete di giustizia.
La figura di Mattei tocca da vicino anche un altro archetipo, quello del ribelle, di colui che istintivamente lotta contro la struttura di potere della società, prima per affermarsi, poi perché vede l’arroganza dei potenti, e la loro incapacità di servire davvero il paese. E per lottare assume dei rischi, anche gravi. Mattei era un uomo ricco e di ricchi in montagna con ai partigiani non ce n’erano moltissimi.
Ribelle era , ma condivideva con l’ambiente in cui viveva un forte sentimento nazionalista. Egli riteneva urgente rifare l’immagine degli Italiani, riportarli ai loro momenti di gloria, e comunque cancellare la figura dell’emigrante col mandolino che suona e canta per mangiare un po’ di spaghetti, e nasconde la malinconia e l’inferiorità sociale in un’allegria forzata. Mattei odiava questa figura e ne parlava spesso per dire: non saremo più così. La sua era una ribellione non del tipo protestatario, ma del tipo attivo: egli lavorava per cambiare le cose , per far sì che l’Italia diventasse grande e potente, e fosse rispettata e amata per quello che può fare e non per la sua abilità di chiedere l’elemosina.
Oggi queste figure si sono in qualche modo oscurate, perché l’emigrante non è più un personaggio comune , limitato com’è ai grandi intellettuali ed agli scienziati; il ribelle abbonda, ma del tipo protestatario. L’edonismo di un paese di ricchezza recente , e quindi con una scarsa stratificazione sociale, fa sì che chi opera rischi di esaurire la propria motivazione nel desiderio di far denaro che era, di tutti gli aspetti di Mattei, quello che proprio non si vedeva mai.
Nel parlare di Mattei non si deve mai dimenticare che egli era parte di un duo: Mattei e Boldrini. I due Dioscuri vivevano praticamente assieme, si erano incontrati quando Mattei era un giovane imprenditore in ascesa e Boldrini un famoso intellettuale, accademico pontificio, ex dirigente dell’ufficio statistico delle Nazioni Unite. Il giovane intraprendente e molto ignorante viene adottato dal vecchio scienziato . C’è tra loto un legame forte, , un archetipo classico dell’Italia povera: il legame fra paesani. Boldrini porta Mattei nel mondo della politica e della cultura e anche del gusto, tanto che il discepolo diventa un sofisticato collezionista di pittura, e Mattei porta Boldrini con sé nell’esperienza della grande azienda, prima come garante politico e poi come consigliere e collaboratore. Boldrini mette Mattei in contatto con l’unica forma di cultura che avesse diritto di esistere nel mondo fascista, e cioè la cultura cattolica. Ne nasce un personaggio che mescola la sua sete di giustizia, la sua rabbia verso i potenti, il suo nazionalismo, e la fede in se stesso dell’uomo fatto da sé, con l’idea che l’altro da sé è un personaggio importante; che lo sviluppo economico deve avvenire in una forma che migliori la posizione di tutti. Egli cerca quindi di tradurre la sua creazione di ricchezza non in arricchimento personale, ma in un sistema di solidarismo sociale.
Mattei diventa perciò un politico, nell’area dei cattolici di sinistra così come voleva l’insegnamento che aveva ricevuto da Boldrini e lo diventa perché è un solidarista convinto, ritiene che la persona umana abbia un grande valore, che essa venga coartata e schiacciata dagli arroganti del potere contro cui lui lotta, e ha la sensazione, confusa ma estremamente forte, che quello che lui fa, la creazione di ricchezza, la creazione di un’impresa, vada lungo la strada del riscatto di tutti. Questo complesso di esperienze e di contenuti lo porta nell’Italia postbellica ad assumere la figura di chi impersona la volontà di riscatto del suo paese, un paese povero, uscito semidistrutto da una guerra nata dall’arroganza e dall’aver scambiato la propaganda per realtà, un paese che ha bisogno di risalire una china molto ripida.Mattei non era il solo che impersonasse il desiderio di riscatto, che era condiviso da buona parte della classe dirigente . Non era il solo a farlo, ma fu colui che era riuscì a creare un’immagine irresistibile.
Perché ebbe successo?
In primo luogo, Mattei pensava in grande e attirava a sé tutti coloro che volevano lavorare per modernizzare il paese. Si trattava di portare il paese non solo al pari dell’Europa, ma più avanti, il che creava un grande spavento, tanto che il pensare in grande è da allora praticamente scomparso. Oggi in Italia i grandi progetti rimangono tutti nel cassetto o prendono tempi biblici: Venezia ha ancora l’acqua alta, lo stretto di Messina non ha ancora il suo ponte, la Firenze-Bologna è quella di cinquant’anni fa, le aree dismesse delle città rimangono vuote, il Po continua a straripare come sempre. Eccetera. I grandi progetti in Italia non hanno consenso. La gente non ci crede e se li vede realizzare li ostacola. Quest’atteggiamento che gli Italiani hanno verso il proprio paese varrebbe la pena di esaminarlo in dettaglio, in altra sede.
Mattei parlava. Parlava continuamente, nonostante fosse del tutto illetterato. Era uno dei pochissimi Italiani a non avere nessuna laurea, così che riuscì a collezionarne cinque o sei ad honorem. Mattei parlava a tutti. Parlava sempre. Come tutti i sognatori aveva un fascino irresistibile e parlando convinceva o almeno metteva sulla difensiva tutti coloro che non si lasciavano convincere. Nel nostro paese era una novità clamorosa. Nessun uomo d’impresa si era mai appellato all’opinione pubblica. Nessun uomo d’impresa aveva voluto discutere i problemi industriali davanti all’opinione pubblica, e lui lo faceva perché aveva un grandissimo bisogno di essere capito, apprezzato, ed appoggiato. Il potere non gli bastava, non
lo soddisfaceva. Aveva bisogno di convincere, di sentirsi capito e approvato. Questo era il grande sogno dell’uomo che cartone era andato a Milano a cercar fortuna.
Mattei parlava a tutti, e diceva quello che pensava. Non faceva discorsi diplomatici, non era politically correct. Le sue frasi stentate suonavano come bombe e lui se ne compiaceva. Parlava con tutti, dal podio, quando faceva conferenze, e ne faceva una quantità; al caffè; in ufficio parlava con gli uscieri, coi dipendenti più giovani : voleva convincere tutti. Era un uomo che assieme al messaggio rivoluzionario aveva un’immensa necessità di essere capito e apprezzato, non per il suo potere ma per ciò che voleva raggiungere.
Queste qualità lo rendevano irresistibile e sono le ragioni del suo successo che, a parte le qualità personali, doveva molto allo stato di disordine, anche intellettuale, del paese. E man mano che il disordine si correggeva, il suo carisma diminuiva, gli spiragli si chiudevano, e lui lo sapeva benissimo. E questo spiega anche la fretta. Mattei aveva fretta. Era divorato dall’ansia di fare, che è un po’ caratteristica di tutti gli uomini d’azione.
I politici che avevano garantito la repubblica ai primi passi e che avevano parlato con lui di sviluppo, De Gasperi e Vanoni morirono negli anni cinquanta, e con i nuovi aveva un rapporto più difficile. E crescevano i suoi nemici, che ne vedevano solo la parte relativa al potere, cioè al fatto che egli non rispettava le gerarchie stabilite, ma rompeva sempre il gioco. Contro di lui si andava formando una coalizione tra vecchi esponenti del potere economico e politico a cui si aggiungevano tutti coloro che in un modo o nell’altro contestavano lo spostamento a sinistra dell’asse politico Le accuse di corruzione che lo perseguitavano, e perseguitavano solo lui, hanno questa origine. D’altra parte, il paese, l’Italia, era piccolo per Mattei. L’energia , il petrolio stava altrove e Mattei si trovò fin dall’inizio a fare della politica estera, cioè a toccare il punto più delicato perché il nostro paese è costantemente preoccupato sia di perdere il suo ruolo di paese importante, sia di esercitarlo effettivamente, poiché pensa che il ruolo si possa tenere anche se non si esercita. Il che gli fruttò molti nemici, alcuni dei quali lo erano perché non avevano capito chiaramente la sua effettiva posizione. Essi ritenevano che la vocazione terzo mondista di Mattei derivasse da un sentimenti anti-americano, un’idea davvero incredibile per un uomo che per tutta la vita aveva preso proprio gli americani a modello del suo agire. Essi ritenevano anche che l’Italia dovesse scegliere fra una politica di amicizia con i paesi petroliferi ed una di legame con l’Occidente, che nessuno si era mai sognato di mettere in dubbio. Non capivano che era proprio nell’interesse dell’Occidente, ed in particolare dell’Europa, ma anche degli Stati Uniti, che si sarebbe potuto porre il problema dell’energia su basi più certe, capaci di sostenere un più elevato ritmo di sviluppo economico a livello globale. I problemi sempre più gravi che l’Occidente ha adesso vengono in parte proprio dal non aver risolto quella situazione con una politica di apertura.
Quando Mattei morì tutti dimenticarono subito quello che lui aveva cercato di spiegare. Molti tirarono un respiro di sollievo. Era morto un uomo scomodo, uno che voleva fare fatti e ne faceva e per farne non rispettava nessuno.
Di lui è rimasta una grande impresa.
Non è di questo che vogliamo parlare, ma certamente è un lascito ammirevole, unico nella storia d’Italia. E su questa grande impresa si è conclusa una vita ed un’esperienza che potremmo chiamare lo scontro fra una forza irresistibile ed un ostacolo inamovibile. 16/10/02