I PROBLEMI DEL GOLFO VISTI DA UN EUROPEO
Dicembre 2002
Quasi nessuna delle analisi condotte fin’ora sull’orribile attentato dell’11 Settembre di un anno fa ha messo in luce un elemento di grande rilievo, che sta già producendo importanti effetti politici . L’attentato era diretto contro gli Stati Uniti, ma è stato realizzato in modo da creare negli americani il sospetto, ed anche qualcosa di più, di una complicità dell’Arabia Saudita. C’è stata infatti una forte partecipazione di terroristi sauditi ed egiziani, mentre fino a quel momento gli attentatori erano sempre stati palestinesi o in qualche caso magrebini; e l’operazione è stata condotta in modo da dare la sensazione di una rete di uomini e di mezzi collegabili ad un’origine comune, la propaganda religiosa e finanziaria del Regno Saudita a favore della sua versione della religione islamica, quella Wahabita.
A queste provocazioni gli americani hanno reagito in modo devastante. Personaggi importanti del Regno Saudita sono stati offesi all’atto di entrare negli USA dalla richiesta di lasciare le impronte digitali , ed una forte corrente antisaudita si è creata entro Governo USA, provocando grande sorpresa ed irritazione da parte araba, e la conseguente fuga di loro capitali dal dollaro. Gli attentati avvenuti in seguito- ognuno dei quali prova , fra l’altro, che la rete terrorista non è stata seriamente intaccata dalla guerra in Afghanistan- sono stati accompagnati da voci , più o meno artefatte , di denaro saudita che per mille rivoli arriva fino ai terroristi, voci che hanno trovato eco nella stampa e negli ambienti politici americani.
I rapporti fra i due paesi, tradizionalmente cordiali da quando il re Abdul Aziz incontrò il Presidente Roosevelt sulla portaerei Quincy, nel febbraio del 1945, non sono mai scesi ad un livello così basso. Dopo la fine dell’operazione Afghanistan il Presidente americano la lanciato il segnale della guerra contro l’Iraq, a cui i sauditi hanno dato risposte prudenti e forse imbarazzate. C’è quindi un elemento nuovo nel complicato gioco politico del Medio Oriente: alla pressione antiirachena, gli americani aggiungono il forte peggioramento nei rapporti con il loro tradizionale alleato, l’Arabia Saudita.
Si è andato così formando un partito della guerra contro l’Iraq, che comprende gli estremi dei due opposti schieramenti. Anzitutto i terroristi, che lavorano per una radicale redistribuzione del potere nel Medio Oriente e sono convinti che il conflitto armato aumenterà il sentimento antiamericano nell’area , fino al punto di far saltare le strutture che oggi la governano, tutte in qualche modo classificabili come legate agli Stati Uniti, creando un vuoto pronto ad essere colmato dalla componente islamica estremista; poi Israele, che la guerra la sta già facendo, gli americani ed i kuwaitiani che vogliono saldare i conti col dittatore iracheno e ritengono che un rimescolamento di carte non può che andare a favore del più forte sul piano militare. Contro la guerra, anche se non sempre in modo esplicito, si sono schierati, e fin’ora con un certo successo, gli europei.
Diventa così molto difficile per il Regno Saudita continuare a tenere in equilibrio le sue due componenti diverse. Da un lato il Re ha il titolo formale di Guardiano delle Due Moschee ( Mecca e Medina) ed è il garante della stretta osservanza Wahabita all’interno del paese; dall’altro sta creando un paese moderno, con un forte numero di immigrati non mussulmani, ed una classe di tecnocrati educati negli Stati Uniti , che condividono la mentalità dei loro maestri. Sul piano internazionale, il Regno è nello stesso tempo il maggior alleato americano ed il generoso propagandista della fede Wahabita, i cui mille rivoli di aiuti e finanziamenti sono difficilmente controllabili. Questo precario equilibrio non è cosa nuova: il Regno Saudita si è sempre basato sulla religione come instrumentum regni, ma, prima o poi, ha sempre finito per isolare le estreme. I fanatici dell’Ikwaan , che avevano combattuto per la creazione del regno, sono stati sconfitti e distrutti dalla casa regnante nel 1929 nella battaglia di Sibilla.
Questa volta il gioco sembra più difficile. Gli Stati Uniti ed il Regno sono stati grandi alleati nella guerra santa per cacciare i russi dall’Afghanistan, ma la loro azione ha finito per produrre i Talebani, che , una volta cacciati i russi, hanno dato ospitalità e protezione a chi pensava di rivolgere quelle stesse armi e quegli stessi guerrieri contro l’Occidente ed i suoi alleati. Il fatto che il grande nemico degli USA sia anche nemico della Casa Regnante Saudita non basta a mantenere la loro alleanza, forse perché gli Stati Uniti non tollerano più l’ambiguità; o forse perché non riescono più a distinguere nettamente fra amici e nemici.
Come sempre accade, una parte dell’opinione pubblica pensa alla futura guerra contro l’Iraq come motivata dal petrolio. Ben pochi fra gli esperti condividono quest’opinione, e , quasi tutti attribuiscono alla guerra una causale ben più ampia, di natura strategica. Gli americani si sono convinti che i loro alleati nel Medio Oriente non sono molto affidabili, un’opinione che l’attentato dell’11 settembre ha , ai loro occhi , clamorosamente confermato. Il sistema statuale e politico creato negli anni venti, dopo la fine dell’Impero Ottomano, non sta più in piedi, ed essi pensano che vada rivisto dalle fondamenta, e ritengono di avere la forza per farlo. La guerra contro l’Iraq sarebbe quindi il primo passo di un piano ambizioso per creare un diverso panorama politico in tutto il Medio Oriente. Un passo che , fra l’altro, non può ignorare l’Iran , a cui si potrebbero riferire gli iracheni di religione sciita . Esiste in Iran una "Milizia Irachena" costituita in grandissima maggioranza da iracheni sciiti che si dice abbia già avuto da Teheran la luce verde per cooperare con gli USA subito dopo la guerra, o fors’anche durante le operazioni militari..
Il petrolio non è la ragione prima della guerra, ma ha certamente una rilevanza nell’intero affare . Qualcuno ha sostenuto che, dopo la guerra, il reddito petrolifero iracheno, gonfiato dall’aumento della produzione, possa pagare il costo della stessa e quello della sistemazione postbellica. Si tratta però di una opzione inesistente , dato che l’Iraq è indebitato per cifre stratosferiche , e le risorse ed il tempo necessari per la ricostruzione e lo sviluppo dell’industria petrolifera irachena non sono certamente cosa da poco.
Quale potrebbe essere l’effetto e della guerra, e, meno immediatamente, della sistemazione finale dell’industria petrolifera irachena sul prezzo del petrolio? La maggior parte degli esperti ritiene che il mercato reagirebbe ad una guerra breve cancellando il war premium, cioè il sovraprezzo che oggi si paga ; e che le aspettative di una maggior capacità produttiva petrolifera derivante dallo sviluppo e messa in produzione delle riserve esistenti in Iraq ridurranno i prezzi, dando un vantaggio ai paesi consumatori, e mettendo invece alle strette i paesi del Golfo , e probabilmente forzandoli a riforme economiche importanti. Una guerra lunga produrrebbe uno scenario ben più negativo , i cui contorni sono però estremamente difficili da tracciare.
Il dopoguerra dipenderà, oltre che dalle scelte politiche, da come l’industria irachena sarà riorganizzata, e su questi temi gli interessi e le opinioni si vanno confrontando già da tempo. Il rischio politico della guerra non è limitato all’Iraq, coinvolge tutto il Medio Oriente. Il progetto americano sembra puntare su Israele e Turchia , e tendere ad una dequalificazione del ruolo del petrolio del Golfo sul mercato mondiale: già si pensa ad Haifa come porto di spedizione del greggio iracheno.
Nessuno in Iraq , neanche i più fedeli alleati degli USA, i Curdi, vuole una presenza di eserciti stranieri. Gli iracheni non vogliono Saddam , ma non gradiscono di essere invasi, e meno che mai occupati . La storia del paese indica la presenza di un forte nazionalismo, che porrebbe diventare una forza irresistibile di fronte al tentativo di rispolverare il colonialismo. Si dovrebbe forse tornare alla costituzione concordata negli anni venti fra l’allora Re dell’Iraq e il potere coloniale inglese ? Gli europei devono prepararsi a giocare un ruolo importante ed a parlare con una voce unica.
Da quanto si riesce a sapere di ciò che pensano gli ambienti petroliferi iracheni, sembra che essi intendano confermare che il petrolio è e rimarrà di proprietà dello Stato, ma sottolineano che nei prossimi anni ci sarà bisogno di grossi investimenti per ricostruire e ampliare la capacità produttiva . E a questo lavoro saranno chiamate a partecipare le imprese private, che saranno poste in una situazione di eguaglianza competitiva. L’appartenenza dell’Iraq all’OPEC non sembra essere messa in discussione da nessuno.
Queste posizioni sembrano coincidere con quelle dell’opposizione irachena all’estero, che sottolinea che, anche se la soluzione politica sarà federale, l’industria rimarrà centralizzata come è sempre stata dal 1930 in poi; ma ripete che le pressioni da parte di gruppi petroliferi esterni ed interni richiederanno grande trasparenza nelle decisioni. Dal 1930 ad oggi, essa ricorda, la struttura dell’industria petrolifera è sempre stata apertamente discussa nella politica irachena, un fenomeno che è completamente scomparso con la dittatura . L’Iraq non ha una legge sugli idrocarburi, ed è necessario prepararla attraverso una discussione ampia nel paese ed a livello internazionale. Se sarà possibile creare un regime politico stabile dopo il rovesciamento della dittatura, si dovrà aprire un dibattito sulla legge petrolifera, in cui i professionisti della compagnia nazionale avranno il loro ruolo; varata la legge, si potrebbero aprire i negoziati con le compagnie petrolifere straniere. Ci vorranno comunque anni perché si possa arrivare ad una capacità produttiva sostenibile, ad esempio, di 5 milioni di barili al giorno, ed investimenti che saranno possibili solo in una situazione di una stabilità dell’economia del paese .
Siamo quindi alle soglie di grossi rivolgimenti, che potrebbero cambiare sostanzialmente l’economia petrolifera del mondo e la struttura statuale e politica del Medio Oriente.Date le circostanze, ci si aspetterebbe che in Arabia Saudita prevalesse un clima di tensione e di preoccupazione per il futuro. Ma ciò non è. Nonostante le minacce di guerra e le difficoltà internazionali , il Regno si è impegnato in un esercizio , la verifica sulle prospettive economiche di lungo termine, che si fa di solito quando il presente è ragionevolmente sotto controllo.
L’Arabia Saudita ha impegnato il suo gruppo dirigente in un "Symposium on the Future Vision for the Saudi Ecomomy", inaugurato dal Principe Reggente e dal Primo Ministro Malese, che ha tenuto a dibattere i principali problemi del paese per quasi cinque giorni, dal 19 al 23 ottobre, tutti coloro che contano qualcosa. Un convegno gigante , organizzato del Ministero del Piano con la collaborazione dalla Banca Mondiale, che ha coinvolto membri della Casa Reale, Ministri, esperti, alti funzionari ed imprenditori in discussioni apertissime e non prive di polemiche. L’esigenza di gettare uno sguardo al futuro viene anzitutto dal fatto che l’economia saudita ristagna, e non da ieri, mentre la popolazione aumenta a ritmi molto elevati, forse del 3% all’anno. In un periodo non troppo lungo un paese per larga parte desertico sarebbe chiamato a sostenere una popolazione pari a quella della California dieci anni fa. Non sembra cosa facile, anche se il tempo per affrontare il problema non manca. Del resto, questo è un passaggio che nessun paese in sviluppo può ignorare . Il lavoro di trasformazione dell'ambiente naturale iniziato in Europa nel 1700- dissodamenti, bonifica delle paludi, controllo dei fiumi, eccetera- tradotto in termini sauditi vuol dire creare un ambiente capace di sostenere la popolazione anche fuori dai centri urbani. Il che richiederà forse interventi radicali e di una dimensione inusitata. L’aumento della popolazione ha già creato dei grossi problemi economici. La disoccupazione è alta, specie fra i giovani, anche perché nei lavori umili gli immigrati pakistani o filippini costano meno dei locali , e perché le Università religiose - che sono molto popolari- non preparano al lavoro nell’economia e nell’industria. Gli economisti rilevano che gli elevati ritmi di sviluppo del passato erano dovuti ad un mix vincente , finanziato dal reddito petrolifero, appoggiato dalla tecnologie e dal management occidentale, e composto da grandi imprese pubbliche, prime fra tutte Aramco ( petrolio) e Sabic ( Petrolchimica), grandi investimenti infrastrutturali ( autostrade , rete elettrica e telefonica, acqua dissalata , etc.) da una forte presenza dello Stato, temperata da un’importante partecipazione privata, per esempio nell’edilizia e nel commercio. Create le grandi imprese , realizzati insediamenti industriali di alto livello sulle due coste, messe in atto le infrastrutture di base, costruite le città, il modello che ha fatto dell’Arabia Saudita uno dei pochi paesi petroliferi ad avere un alto tenore di vita diffuso, ha esaurito la sua capacità di sviluppo. Da qui l’esigenza di un’analisi nuova della situazione e di strumenti nuovi , e la ricerca di una nuova strutturazione dell’economia, che faccia leva sull’imprenditoria privata e sulla manifattura, e attiri tecnologie e imprenditori dall’estero.
Dopo l’intervento di apertura del Principe Reggente, l’introduzione ufficiale del Convegno è stata svolta dal Primo Ministro Malese, On. Mahathir, che ha iniziato lanciando l’idea di una parziale riforestazione dell’Arabia, per creare un ambiente capace di sostenere l’aumento della popolazione , utilizzando le risorse idriche profonde di cui si conosce già l’esistenza. Mahatir si è poi dilungato sull’esperienza della Malesia, un paese per buona parte mussulmano che ha da tempo abbandonato le materie prime che esportava negli anni trenta, gomma e stagno, per esportare manufatti moderni ad alta tecnologia, e sta godendo di un periodo di forte sviluppo economico. Il vero elemento trainante per lo sviluppo, ha detto Mahatir, sono i lavoratori, ed in particolare le donne, senza le quali un’industria moderna come l’elettronica non potrà mai nascere. L’esportazione di materie prime non basta, bisogna entrare nella manifattura , e competere a livello mondiale. Né basta raccogliere il reddito derivante della produzione di petrolio, bisogna uscire dal paese e competere su scala globale come compagnia mineraria, come raffinatore e distributore, e perfino come produttore di energia elettrica. Più in generale, il paese , e con lui tutti gli arabi, deve tornare all’educazione matematica e scientifica che fu il loro punto di forza nel momento della loro massima fioritura. Il convegno ha accolto la provocazione con un applauso fragoroso e prolungato , a mostrare l‘opinione di larga parte del gruppo dirigente sugli aspetti meno moderni della società saudita.
Dopo l’introduzione, il dibattito si è sviluppato in un gran numero di sessioni , i cui temi andavano dalla diversificazione produttiva allo sviluppo umano, dalla collaborazione pubblico-privato ai motori della nuova economia, cioè le esportazioni, gli investimenti stranieri, le imprese medie e piccole, la tecnologie delle informazioni, eccetera. Non è mancato un dibattito sull’attività della compagnia petrolifera, l’Aramco, di recente convertita all’idea di cercare e produrre gas naturale oltre che petrolio, che ha illustrato quest’attività in una sessione presieduta dal Ministro del Petrolio, ex Presidente della compagnia. Si è parlato della costruzione del nuovo impianto di separazione del gas dal greggio, che va ad aggiungersi ai quattro già esistenti , alla cui costruzione parteciperà la compagnia italiana di ingegneria. L’Aramco ha mostrato di non gradire il possibile ingresso di compagnie multinazionali nella ricerca e nello sfruttamento del gas naturale sul territorio del Regno, ed ha messo in atto una strategia dei fatti compiuti, per cui fra breve tutti i progetti migliori saranno in stato di avanzata realizzazione, da parte appunto di Aramco. Quello del gas rimane però un punto critico: gli imprenditori privati denunciano che non ce n’è abbastanza, e molti esperti chiedono che la compagnia petrolifera appoggi una strategia di sviluppo del paese, integrandosi meglio nella sua struttura economica . Grosse opportunità di sviluppo sono state illustrate anche per quanto riguarda la produzione mineraria non petrolifera.
Il punto chiave del convegno era in realtà un altro: una nuova tornata di collaborazione con l’Occidente , ed in particolare con l’Europa. Servono imprenditori capaci di sviluppare l’industria manifatturiera e quindi di diversificare l’economia e le esportazioni, che oggi riguardano soprattutto il petrolio. Questo è stato il tema dominante dell’intero esercizio. Gli imprenditori medi e piccoli del mondo sono invitati a considerare l’Arabia Saudita come un paese dove si può investire e fare profitti, dove il Governo è favorevole alle imprese, la pressione fiscale è leggerissima, le infrastrutture sono in larga parte presenti o in rapido sviluppo, il mercato è ricco e aumenta con la popolazione; e la cui posizione geografica favorisce le esportazioni.
L’accento sull’ambiente favorevole offerto dall’Arabia Saudita agli investitori stranieri è stato posto dal Governatore della General Investment Authority, l’ex Chairman delle grandi aree industriali del paese, Principe Abdallah bin Feisal bin Turki, il quale ha sostenuto che il paese non costituisce solo un eccellente mercato , ricco ed in sviluppo per l’aumento della popolazione, ma anche un punto di partenza efficiente per esportazioni verso oriente o occidente. L’Arabia Saudita vuole scendere " a valle" della grande industria che fa materie prime e semilavorati verso la manifattura di prodotti per il mercato interno ed estero, che richiede meno capitale e occupa più addetti. I piccoli e medi industriali occidentali possono trovare in questa strategia il modo migliore di internazionalizzarsi , avendo disponibili capitale, materie prime e semilavorati
Si tratta di un tema tutt’altro che semplice. E’ possibile e conveniente esportare prodotti finiti di plastica invece che granuli di plastica in sacchi o containers? Il trasporto è chiaramente più caro, ma più alti sono anche il prezzo ed il valore aggiunto. Quella che produce oggetti di plastica è fatta di tante industrie diverse, che hanno ognuna un suo mercato, molto concorrenziale e molto sensibile alle variazioni dei gusti e delle esigenze dei consumatori. I granuli di plastica sono sempre gli stessi, i giocattoli di plastica cambiano con le stagioni, le mode , lo sviluppo della tecnologia, per esempio per la colorazione, etc. L’Arabia non ha l’antica tradizione artigianale tipica, ad esempio, di Siria o Marocco. Ci vuole perciò un processo di apprendimento da avviare quanto prima, e per far ciò l’apporto di imprese occidentali sembra altrettanto importante di quanto lo fu, due decenni fa, quello delle multinazionali petrolifere e petrolchimiche.
Il problema è che, allo stato attuale, l’ambiente saudita, con la separazione fra i sessi, la mancanza di amenità urbane, ed un sistema giuridico diverso da quello prevalente nei paesi industrializzati può porre ostacoli seri al radicamento di imprese piccole e medie , che riescono a svilupparsi solo in un ambiente favorevole che dia loro i servizi di cui hanno bisogno. Cercando la diversificazione produttiva il Regno Saudita cerca in realtà di lanciare una nuova strategia di collegamento stretto, sul piano economico, ma anche su quello sociale, con l’Occidente. Forse il discutere di prospettive di lungo termine in una fase di incertezza sulla collocazione politica del paese era proprio un modo di indicare la linea filo occidentale che il paese ha intenzione di rilanciare in modo adeguato alle nuove esigenze.